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E tu ce l’hai la sindrome di Trimalcione…? Ingordo, vizioso, decadente

Agosto 21, 2019

“Cosa facciamo? Cosa facciamo? Voglio scopare. Voglio scopare. Dove è la prossima festa? Dove andiamo, dove andiamo?”. Gli stessi riti collettivi, le stesse mollezze che ottenebrano cuore e menti. Il Satyricon di Petronio, in anteprima nazionale agli scavi di Pompei, per il Pompeii Theatrum Mundi (rassegna dello Stabile di Napoli, direttore artistico Luca De Fusco) è più attuale che mai. Il viaggio immaginato dal regista Andrea De Rosanelle mollezze e nei guasti delle società. Cambia l’ambientazione, dalla decadenza dell’impero romano (siamo a tempi di Nerone, lusso, ricchezza, belle donne e cene succulenti) a quella dei nostri giorni. Per chi non avesse familiarità con il testo classico, Petronio era un che dormiva di giorno e di notte si occupava della vita, da osservatore di costumi degli sfaccendati.

Sul palco un grande gabinetto dorato al posto di un trono dove siede un godereccio Trimalcione che pontifica: “Se tutti i ricchi dessero ai poveri, non ci sarebbero più poveri…Si, vabbè ma neanche più i ricchi… E senza più i ricchi i poveri che ci stanno a fare?“. Risatina. Ahahahah. Poi se la prende co “sti intellettuali del cazzo”. Odia l’estate Trimalcione perché poi tornerà un altro inverno. Omnia fugit. Ma l’amara verità è che ci sarà sempre un’altra festa più bella dove non si è invitati. In scena c’è un po’ di tutto: sesso, strani rituali, risse, truffe e licantropi e smarrimento.

Il tutto sembra riecheggiare “La Grande Bellezza” e infatti lo sceneggiatore Francesco Piccolo è quello che lavora gomito a gomito con Sorrentino. In mezzo a ingordigie di ogni tipo, Trimalcione sazio del “troppo” muore in scena, mentre il gabinetto sputa un mare di bolle di sapone (afferrate la metafora?) e la corte di adoranti, neanche il tempo di seppellirlo, si chiede: “Dove è l’altro party?” L’estate sembra essere una festa che non finisce mai. Anton Emilio Krogh, affermatissimo avvocato penalista, alla gabbia degli atti in legalese, ha sostituito la verve del narratore dandy di se stesso. E lo ha fatto prima con l’ autobiografia “Come me non c’è nessuno”, musa Rita Pavone. Adesso con il romanzo da alta stagione: Non si può fermare l’estate (Mursia).

Krogh è d’accordo con lo scrittore francese Daniel Pennac che è d’accordo con Borges (insomma tutti d’accordo) che diceva di essere più orgoglioso dei libri letti che dei libri scritti. E lui, Anton Emilio, è onnivoro di letture di ogni genere, a cominciare dai classici: “Leggo non per clichè, ma per sapere quello che gli altri hanno da dire. Leggo in cerca di risposte”. E intanto riavvolge il nastro della memoria per dare forma a un romanzo a quattro voci, un affresco sull’amicizia, l’amore, il sesso che ce ne è tanto. E all’ inesauribile supertrombatore fa dire: “Per te la carne non ha nome e sentimenti, ma è solo carne…”.

Ma è anche un romanzo di formazione che tratta lo smarrimento, lo scompiglio emotivo e il ritrovarsi dopo il giro di boa esistenziale. E affronta il cruciale tema del bullismo che l’autore ha subito. Per questo, pescando nei suoi ricordi di adolescente diverso, fragile, ne va a parlare nelle scuole con schiettezza, ironia. Il narratore racconta i suoi limiti, le sue imperfezioni che sono quelle di molti di loro a quell’età. Un giorno ti senti un leone, il giorno dopo ti senti un co… ne (mettete voi le lettere sui puntini).

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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