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I WILL SURVIVE

Aprile 11, 2019

I tuffi dallo scoglio più alto, l’alba, i canti intorno al fuoco. Triangolo e Grease, sognare di un futuro lontanissimo e ballare, ballare come se non ci fosse un domani. Erano i 18 anni, un numero che significava eternità. Perché a quell’età tutto era infinito e aveva per Giulio la stessa estensione dell’orizzonte, senza fine. Ma l’estate terminò e a Giulio la vita sembrò un inganno. Della Sicilia ormai lontana, della casa nel bosco, rifugio di mamme e nonne da generazioni, non era rimasto nulla se non nostalgia. In città le giornate trascorrevano interminabili e la pioggia e il vento, battendo sui vetri della finestra della cameretta dove preparava gli esami del primo anno di università, sembravano volerla spalancare per raggelargli il cuore. Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare nella sua isola e rivivere anche solo per un attimo quella estate e quella sensazione di eternità. Ma c’erano le sessioni di esami da rispettare e un padre che nel futuro di suo figlio vedeva altro che estati senza fine. «Devi crescere, diventare adulto, e questo significa avere la pazienza di attendere una nuova estate», disse il padre con fermezza di fronte all’ennesima insistenza di Giulio. Ma Giulio non poteva attendere, e forse non voleva neanche diventare grande. Di sicuro non in quell’autunno del 1978. Decise di mettere da parte la “settimana”, si chiamava così la paghetta che i genitori davano ai figli adolescenti per le uscite nel weekend e per le necessità quotidiane. Paghetta dopo paghetta raggiunse la somma necessaria per un biglietto di seconda classe sul treno per Palermo. Sarebbe partito di nascosto, in fondo aveva compiuto da poco 18 anni e nessuno poteva impedirgli di inseguire l’estate. Qualche gettone per avvertire gli amici del suo arrivo, una letterina ai genitori da lasciare sotto il cuscino e alle cinque del mattino di corsa verso la stazione. Il viso schiacciato sul finestrino, gli occhi umidi che fissavano il vuoto dell’orizzonte, la paura per le conseguenze di quel gesto avventato. Anche se, in fondo, che male c’era a inseguire l’estate, pensò. La traversata dello Stretto, con il vento gelido di novembre che tagliava il viso sul ponte del traghetto, fu la sferzata di energia che a quell’età valeva dieci ore di sonno. Palermo era vicina, gli amici lo avrebbero accolto a braccia aperte, era stata la loro estate e lui sapeva bene che anche loro non volevano diventare grandi. Avrebbero di nuovo sognato insieme e ballato come se non ci fosse un domani. Il Peloritano, nel suo inconfondibile colore verde, lentamente rallentò ed entrò in stazione. Giulio con la mano tremante aprì la porta pesante del vagone, il cuore gli batteva forte, li vide tutti in lontananza schierati in cima al binario dove svettava un grande cartello colorato con il suo nome scritto a lettere cubitali. Scese, aveva gli occhi lucidi, dallo stereo sotto il braccio di Luca partì a tutto volume I will survive. Fuori faceva freddo, era arrivato l’inverno pensò, ma fu una frazione di secondo, nel cuore era piena estate.

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